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La digitalizzazione mette in pericolo la democrazia?

La rivoluzione digitale è avvenuta portando con sé opportunità e pericoli. Con la digitalizzazione di qualsiasi attività umana si ottengono vantaggi ma aumentano anche i rischi. Veniamo a conoscenza di esempi pratici, che di seguito riveleremo, proprio navigando in Internet.

Osserviamo la tecnologia nella politica: si stanno creando dei veri e propri partiti digitali, basati su piattaforme informatiche. Partiti social network, dove chi possiede la piattaforma Internet del partito ne controlla i membri.

Altra conseguenza inevitabile (o quasi, poi spiegheremo perché) è la disinformazione,  tra i temi che con notizie accreditate e meno dilagano sulle home page dei principali social e web browser ci sono quelle legate al tema vaccini, si pensi ai pro No Vax e alla petizione che hanno firmato biologi e medici appellandosi all’ordine dei biologi per la tutela della corretta informazione scientifica per opporsi alle divulgazioni prive di fondamenta scientifiche. Spesso si corre il rischio di trasmettere ai cittadini, che hanno il diritto di essere correttamente informati, concetti errati che sorgono da ipotesi infondate e che diventano dubbi assillanti per i lettori del web, con una serie di danni notevoli.

I giganti della tecnologia, per mezzo del quale spesso queste informazioni distorte circolano, hanno anche altri lati oscuri: lo scandalo più recente riguarda la “Cambridge Analytica”, accusata di aver spiato milioni di vite di utenti Facebook forse venduti da Facebook stesso, questo dimostra che le preoccupazioni di alcuni di noi hanno motivo di esistere.

Stiamo forse già facendo i conti con i limiti e i rischi della rivoluzione digitale?

Governi, giornalisti, scienziati, intellettuali e manager dovrebbero essere i primi promotori dell’educazione digitale, affinché si diffonda attraverso questi stessi mezzi tecnologici.

È giusto smascherare meccanismi illegali che violano la nostra privacy e i dati sensibili ma sorge spontaneo chiedersi anche per quale ragione ci lasciamo manipolare e siamo così esposti: la voglia di essere sempre presenti, far sentire sempre la nostra voce, mostrare dove siamo e cosa pensiamo, in cerca di una continua approvazione da parte degli altri utenti, è forse questo l’errore che scaturisce dalla nostra “dipendenza” dalla tecnologia e dal bisogno di essere online sempre  e  comunque?

Per quanto riguarda il fenomeno fake news, che da luogo alla disinformazione, a fine aprile la Commissione europea presenterà un piano d’azione con  proposte concrete per contrastare le  notizie bufala, con la collaborazione degli organi di informazione e dei Paesi membri, preferendo ovviare ad una ipotetica lista nera che avrebbe bloccato i siti fonte di tali notizie false, imponendo così una vera e propria censura. In questo modo invece si auspica alla massima trasparenza per il web e fonti dietro le notizie pubblicate e diffuse su Internet, così come le spiegazioni sul funzionamento degli algoritmi alla base della selezione e condivisione degli articoli. Queste regole di comportamento dovrebbero essere contenute in uno speciale codice di principi che sono tenuti a rispettare tutte le piattaforme online e i social network.

Tra le proposte fatte a Bruxelles anche la creazione di speciali Centri europei per i problemi di disinformazione, allo scopo di sviluppare attività di monitoraggio delle informazioni non corrette con l’attuazione di attività di “fact-checking” per verificarne l’autenticità e il  loro impatto potenziale sulla società.

Tuttavia in questo marasma esiste un lato positivo per le aziende: la digitalizzazione può anche tradursi in fidelizzazione. Se le aziende hanno la capacità di essere le prescelte possono accaparrarsi e aumentare il proprio gruppo di follower, ricordandosi che se un potenziale cliente  si fidelizza al portale di un concorrente diventa difficile far sì che lo stesso smetta di seguirlo ma anzi, inizierà addirittura ad essere pedinato a sua volta dall’azienda di cui è fedele consumatore. Ecco che si apre nuovamente la questione: il  web è vera democrazia? Viene da pensare che l’economia digitale sia piuttosto oligarchica: pochi si spartiscono quasi tutto.